in principio, ben poco entusiasmo da notte bianca.
ben poco di fronte al terrore d’ingorghi e confusione.
ma in periodo di caccia all’ispirazione, è così difficile rimanere tra quattro mura,..
di idee, si sa, se ne trovano di più in strada.
ora ne abbiamo??
se nascono dalle emozioni e se nella notte in questione, a dispetto dello scetticismo iniziale, di emozioni ne abbiamo raccolta più di qualcuna..
da tre giorni di musica popolare diretta da fajello, a piazza mercato sbocciano quei fiori che i deserti della civiltà vedono di rado. in quello che un tempo era stato teatro di rivoluzione e che ora non è altro che uno dei tanti scenari partenopei di degrado urbano, suoni e luci d’una decina spettacoli s’alternano con laboratori di ballo cadenzato da castagnette e di ritmo in colpi di tamburo a cornice: all’enorme piazzale viene così regalata la sua metamorfosi , nel furore della danza di artisti e pubblico, armati e circondati da voci tonanti, da assoli di violino, fisarmonica, chittarra a battente e non, flauto, ciaramella e zampogna, e poi triccaballac e putipù, scacciapensieri e qualsiasi cosa capace d’affiancare i re delle percussioni ed il popolo di nacchere.
[primo fuori traccia (lirica?): decidiamo che per continuare a girare bisogna munirsi di fondamentali fonti di energia: d’ora in poi verranno somministrati ad ogni tappa kebab di jafar (aladin), rinomati per quel senso di inequivocabile sazietà e pesantezza che regalano allo stomaco ed al corpo intero a fine ma a volte anche a metà consumo, nonché sostanze proibite per l’inconsapevolezza sul numero di chilometri che ci stiamo macinando grazie ad aldo, un ventennio negli scout alle spalle, e per un’altra inconsapevolezza, quella relativa al numero di tammurriate cui si partecipa e si parteciperà fino all’alba grazie a domenico ed il suo amore incondizionato per la tammorra, grazie a me che mi sono seguito tre giorni di lezioni di danza, grazie alla folla che acclama le derivanti esibizioni.]
nel cortile di palazzo gravina con solita penna graffiante c’è stefano benni a dirigere solito coro di sorrisi pensati, un benni incanutito ma mai a corto di forza creativa e vigore espressivo, mai domo sovversivo, mai naufrago tra le onde della satira più dura, al più cullato dalle note di petrin, il pianista che si infila tra le sue parole.
ed è melodia del secondo al servizio dell’inno alla vita del primo.
[secondo fuori traccia: applaudiamo l’iniziativa di due buontemponi, furbata che permetterà loro di tornare a casa gonfi di quattrini, battendo cassa con chi chiede una foto con loro che girano travestiti da “pupazzi rossi telecom”, in ricordo di una famosa recente reclame della compagnia di tronchetti- provera.. (ah no, quel figlio di puttana se n’è andato - digressione nella digressione solo per il piacere di chiamare tronchetti come mi piace, mi perdoni la madre). l’applauso per i due 1288 (?), e l’adozione a nostri miti degli stessi (chiaro segno di carenza di miti per la nostra generazione, ma per le successive è peggio), applauso ed adozione, dicevo, sanciscono indiscutibilmente l’effetto delle sostanze proibite sul nostro senso critico; ne verremo a capo girando per un pò]
[di nuovo al meglio] a santa maria la nova ci accolgono gli amici di bucarest ilie, koste e famiglia: violino, fisarmonica e voce per un’esibizione tutta balcanica che dicono sia stata un successone: facile crederci, oltre all’affetto dei musicisti rumeni, ne conosciamo la maestria artistica.
porgendo bicchieri di vino ci invitano a tornare dopo de gregori: si esibiranno col resto della mescla, purtroppo senz’essere dotati del giusto impianto di amplificazione.
spiccherà il teatro su musica, sull’orchestra multirazziale si sovrapporranno un parlato eterogeneo per condannare il razzismo, arti circensi per opporsi a forme di lavoro che non nobilitano l’uomo, bensì lo sfruttano.
[terzo fuori traccia: in uno degli angoli di santa maria c’è quel che si è battezzato “o’ francesino girasole“, un francese con mille girasoli disegnati dappertutto, un “artista” dall’idioma incomprensibile alla luce della sua testardaggine nell’insistere su una lingua a lui sconosciuta: l’italiano. a questo s’associa cattiva predisposizione a qualsiasi disciplina artistica, inettitudine ancor più chiara al passaggio dalla recitazione alla musica al fine di produrre melodie da pianoforte. quando finalmente si munisce di sei palline per quel che si è solo immaginato intervento di giocoleria, la platea sembra rincuorata ma è prontamente delusa dal fatto che di quell’intervento il biondino di Bordeaux ne parlava solamente, guai ad eseguirlo.
dovere di cronaca impone che si dica che a questo punto abbandoniamo lo spettacolo, sotto suggerimento di napoletano doc che dopo essersi gustato gli ultimi istanti dell’appena descritta morte dell’arte, dopo aver dato un’occhiata al pubblico perplesso e dopo essersi specchiato in quella perplessità, ci passa vicino e ci domanda con mimica eloquente “ma chi cazz è chisto??”]
francesco de gregori a piazza del plebiscito con parte del suo repertorio storico.
cappello, cravatta ed occhiali lo rendono fumetto immortale.
come c’è scritto sul suo copione di sempre, non lascia mai il microfono e sta lì a sussurrare, recitare, cantare tutte le parole delle sue composizioni, con fedeltà a testi e prime incisioni.
la folla lo segue con la stessa fedeltà da quattro cinque pezzi, muovendosi da rimmel al bandito e il campione, da titanic alla donna cannone, e sull’ultimo verso di quest’ultima, “..e senza fame e senza sete, e senza ali e senza rete..” è lasciata da sola ad intonare commossa “..voleremo via.”
l’artista, dopo un buona notte fiorellino blues, lascia il palco.
intanto, ancora per qualche istante, la sua band si scatena.
monsieur vitolini